Rassegna Stampa

testata: Avvenire


12/09/07
«La Callas? Non ha eredi Portò la vita in scena»

INTERVISTA A ZEFFIRELLI Il regista e amico ricorda la grande cantante lirica nel 30° della morte

«Maria? Non ha eredi». Franco Zeffirelli non ci gira troppo intorno. Domenica saranno trent'anni dalla morte della Callas e tutto il mondo ricorderà il soprano greco. Trent'anni durante i quali, di fronte agli exploit vocali di questa o quella cantante, melomani e giornalisti hanno più volte azzardato il paragone: «Ecco la nuova Callas». Ma il regista fiorentino, che pure ha lavorato con le maggiori voci della scena lirica, non ci sta. «Brave cantanti ce ne sono, per carità. In qualcuna vedo anche una, due qualità di Maria, ma mai un mix eccezionale come c'era in lei». Scusi, Zeffirelli, allora che senso ha ricordare la Callas a trent'anni dalla morte? Non si rischia di fare solo un'operazione nostalgia con i soliti che diranno: «Non ci sono più le voci di una volta»? «Il rischio certo che c'è. Conosco bene i fans della Callas, anch'io lo sono stato, facendo la fila per andare ad ascoltarla in loggione. Ma se vogliamo rendere giustizia a Maria, alla sua arte, dobbiamo mettere da parte i fanatismi: solo se riusciamo a far capire al pubblico di oggi quale grande eredità il soprano ha lasciato possiamo evitare l'operazione nostalgia. Io cercherò di farlo, domenica sera, alla Scala». A proposito, proprio dalle pagine di questo giornale lei aveva accusato il teatro milanese di fare poco per ricordare la cantante. Invece, ora, anche il suo nome compare nel programma delle celebrazioni. Ritratta? «Sono cambiate alcune cose. Per questo ci sarò e porterò un documento preziosissimo, la ripresa del secondo atto di Tosca che misi in scena, con Maria protagonista, al Covent Garden di Londra nel 1964. Immagini che, restaurate di recente, ci mostrano come la Callas costruiva un personaggio, come, accanto ad una voce unica, sfoderasse una presenza scenica da attrice consumata». D'accordo, ma ormai queste sono cose all'ordine del giorno nella lirica: molte cantanti giocano la carta di una bella presenza scenica per far colpo sul pubblico. «E se hanno capito questo devono ringraziare la Callas, che ha messo una pietra tombale sul vecchio modo di fare lirica: prima di lei i cantanti stavano fermi in scena, non recitavano. Maria ha reso chiaro il fatto che l'interpretazione musicale da sola non basta, occorre la presenza scenica: in questo senso fu eccezionale la sua decisione di perdere caparbiamente 30 chili per darci personaggi più credibili. In scena era viva, moderna, vera: per questo ancora oggi tutti guardano a lei». Lei cosa ha imparato dalla Callas? «A portare in scena tutti i colori, tutte le tinte di un personaggio. Mi ha insegnato che il teatro è fatto di grandi emozioni che non bisogna avere paura di mostrare». Questo all'artista, ma all'uomo Zeffirelli cosa ha lasciato? «Oggi una grande nostalgia. Nostalgia di bei momenti vissuti insieme e anche dei periodi difficili, durante i quali Maria mi è stata molto vicina: quando si aveva bisogno, lei c'era sempre e in modo discreto, senza clamore, senza pettegolezzi. E oggi, a distanza di trent'anni, ho dovuto dire addio ad un altro amico, ad un altro grande della lirica». Cosa ricorda di Luciano Pavarotti? «Ci legava un profondo affetto. Come la Callas anche Pavarotti ha dato uno scossone al mondo dell'opera: viveva la musica come una grande festa e con questo spirito è riuscito ad avvicinarla alle giovani generazioni. Purtroppo sapevamo che la malattia prima o poi ci avrebbe tolto Luciano. Con Maria le cose, invece, sono andate diversamente: se ne è andata di sorpresa, senza darci il tempo di salutarla». A proposito, lei ha sempre sollevato dubbi su come siano andate le cose quel 16 settembre di trent'anni fa. «Ho una mia idea alla quale penso con terrore e che mi fa venire i brividi al solo pronunciarla. Come ho anche scritto nella mia autobiografia, penso che Maria sia stata uccisa, certo non intenzionalmente, ma uccisa dall'incuria di quelle persone che le erano vicine negli ultimi momenti, che le davano sonniferi per farla dormire e anfetamine per svegliarla alle tre del pomeriggio. Non credo che un dottore abbia potuto prescrivere quel mix micidiale di medicinali a una persona che soffriva di cuore, sola e depressa come era Maria negli ultimi tempi». Cosa fece entrare in crisi la Callas? «Certamente la vicenda con Onassis. Maria ne era davvero innamorata: quando l'armatore greco rimase solo, ricontattò il soprano e tra i due ci fu un riavvicinamento tanto che accanto al letto di morte di Onassis c'era solo la Callas». E il fatto che negli ultimi tempi la voce non fosse più quella di prima non contò nulla? «Per Maria la voce era tutto, uno strumento di difesa, l'arma che usava per combattere e vincere. Quando il suo gioiello si è rotto, le si sono annebbiati tutti i significati del vivere. E questo nonostante la grande fede della Callas: Maria era molto religiosa, ortodossa, naturalmente, come era scritto nelle sue radici greche». Queste radici hanno segnato anche il carattere della cantante? «Le hanno permesso di scrollarsi di dosso quell'impronta di donna grossolana che le era stata data in America. Quando la conobbi di persona, dopo averla sentita cantare Kundry in Parsifal a Roma nel 1948, rimasi un po' deluso proprio per questa sua superficialità. Ma col tempo Maria cambiò perché aveva una grande forza di volontà. Era una donna esuberante che dava molta energia, ma che ne pretendeva molta. Una donna generosa, come poche altre».

di Pierachille Dolfini





indietro